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Catechesi Atena 6 novembre 2009
Inserito il 10 novembre 2009 alle 09:22:31 da malachia.

LA COMUNITÀ DI GERUSALEMME
(Atti 2, 42-47)


In tre punti, nei primi cinque capitoli degli Atti, Luca interrompe la serie degli aoristi (il tempo della narrazione) e introduce l’imperfetto (il tempo della descrizione), tracciando in tal modo tre quadri di vita comunitaria (2,42-47; 4,32-35; 5,12-16). Sono tre quadri che è interessante leggere insieme, di seguito. Passando dall’aoristo all’imperfetto, Luca mostra di non voler raccontare dei fatti, degli episodi, bensì di descrivere un comportamento abituale.
Certamente queste descrizioni appartengono alla mano di Luca, che ha inteso tracciare un traguardo per i cristiani di ogni tempo. Ma è anche chiaro che Luca si rifà a notizie antiche, e la sostanza della descrizione è perciò attendibile.

ERANO PERSEVERANTI…..
Il quadro più importante e completo è il primo, nel quale Luca riassu¬me l’intera vita della comunità sotto il titolo di una quadruplice perseve¬ranza: “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (2, 42).

L’INSEGNAMENTO DEGLI APOSTOLI
La prima è l’ascolto della Parola. L’espressione “insegnamento degli apostoli” ricorre soltanto qui in tutto il Nuovo testamento, e con essa Luca intende probabilmente indicare tutte le forme del servizio della parola: kerigma, catechesi, testimonianza, profezia.
La perseveranza nell’ insegnamento degli apostoli garantisce la conti¬nuità fra Gesù e la comunità ed è indice già molto chiaro di attacca¬mento alla tradizione. Il principio di tradizione è una struttura base della comunità fin dal principio.

Erano perseveranti significa non un ascolto episodico, fram¬mentario, improvvisato, ma un ascolto ripetuto, approfondito, siste¬matico. L’ascolto della parola è, dunque, continuo, ed è elencato al primo posto: in questo senso possiamo parlare senza tema di esage¬razione di una spiritualità della parola.
Con buona approssimazione possiamo ritenere che questo ampio ascolto della parola si muoveva soprattutto lungo tre direttrici.
In primo luogo, gli apostoli e la comunità ripensano la storia di Gesù (parole e fatti) alla luce della risurrezione e con l’intelligenza dello Spirito. È una rilettura che offre una nuova comprensione di tutta la vicenda di Gesù di Nazaret.
In secondo luogo gli apostoli e la comunità rileggono l’Antico Testamento (le “scritture”) alla luce di Gesù: questa lettura permette - da un lato - di capire più a fondo la storia di Cristo e, dall’altro, di riscoprire una dimensione nuova nello stesso Antico Testamento. Soprattutto c’è la preoccupazione di dimostrare a se stessi e ai giudei la continuità con le speranze di Israele: la vicenda di Gesù (in particolare la Croce) non è una realtà illogica nel piano della salvezza.
In terzo luogo gli apostoli e la comunità si appellano alle Scritture e ai ricordi di Gesù per trovare un significato (e quindi un comportamento) nelle situazioni inedite in cui vengono a trovarsi. Illuminante, in questa linea, è la preghiera che si legge in At 4, 23-31. Non ci troviamo di fronte a una semplice preghiera di domanda ma a una ricerca di significato della persecuzione che si profila all’orizzonte. Ecco, allora, che i credenti - sulla base del Salmo 2 e della memoria della passione di Gesù - comprendono che la persecuzione non è indice di fallimento o di abbandono da parte di Dio, bensì imitazione di Cristo: la persecuzione è sequela, è la storia di Gesù che continua. Ecco, allora, che la preghiera non chiede che la persecuzione abbia a cessare ma che la comunità abbia il coraggio annunciare con franchezza la parola anche nella persecuzione: (v. 4, 29) “concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola”.
L’ascolto della parola esige un impegno serio e continuato; la frammentarietà non porta a nulla, come non porta a nulla, ma addirittura disperde anziché edificare, una lettura che privilegiasse l’interpretazione personale a scapito dell’interpretazione della comunità.

LA COMUNIONE
La seconda perseveranza - forse quella che più di ogni altra carat¬terizza lo stile e la spiritualità della prima comunità: per lo meno è quella che Luca sottolinea maggiormente - è nel fare comunità. L’evangelista utilizza qui il termine “koinonia” che indica un compor¬tamento di fronte all’unità, un modo di pensare, di partecipare e di vivere che scaturisce dall’unità di fede: il concetto base è quello di un’espressione in realtà un pò oscura: “la frazione del pane”. Il rito veniva compiuto durante un vero pasto, all’inizio o alla fine. Probabilmente la celebrazione non aveva ancora tutta quella densità di significato che assumerà più tardi nelle comunità ellenistiche e in Paolo (per il quale la cena del Signore è un memoriale della sua morte: 1 Cor 11), ma certo chi vi partecipava sentiva in modo parti¬colare la presenza invisibile del Signore risorto e anticipava lo gioia del futuro banchetto escatologico.
La celebrazione eucaristica è stata fin dall’inizio il rito centrale e comune delle comunità cristiane, il quale era loro proprio in memoria del loro Signore e in adempimento del suo mandato e la legava l’una all’altra intimamente.
Dal complesso del quadro di Atti 2,42-47 risulta l’immagine di una comunità ampiamente impegnata nell’ambito cultuale, ma “la fra¬zione del pane” non è il primo elemento indicato (v. 42), bensì il terzo, preceduto dall’insegnamento e dalla fraternità. L’eucaristia è al centro, ma un centro propulsore in direzione della carità.

AVEVANO UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA
Nel secondo quadro (At 4, 32-35) Luca riprende e sviluppa il motivo della fraternità. Egli vuole farci capire che la fraternità è un progetto cristiano, anche se sa molto bene che si tratta di un ideale che tutti gli uomini, pagani ed ebrei, hanno sempre sognato.
L’ambiente greco conosceva, ad esempio, gruppi di filosofi pitago¬rici che vivevano in confraternite, mettendo i propri beni in comune. Platone sognava una città modello in cui il “mio” e il “nostro” avreb¬bero finito col confondersi. E Aristotele osservava che esiste vera ami¬cizia solo là dove le cose diventano comuni: “L’amicizia si manifesta nella comunione”.
L’ideale della fraternità non era meno vivo nell’ambiente giudaico.
La fede ebraica attendeva per il tempo messianico una comunità fra¬terna in una terra promessa senza più poveri: “Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi, perché il Signore tuo Dio ti benedirà nel paese che ti darà in eredità” (Deut 15, 4).
L’ideale di una profonda e concreta fraternità non è dunque soltan¬to cristiano: appartiene a tutti i popoli. E, tuttavia, proprio questo ideale universale è il segno più chiaro, più sorprendente e più con¬vincente, della presenza del Signore risorto. Luca è convinto che una vera e profonda fraternità sia al di sopra delle possibilità dell’uomo. Solo l’aiuto del Signore lo rende possibile. Suppone la vittoria sul peccato che continuamente lo minaccia. E suppone il coraggio della fede, che sa spingere l’uomo verso progetti altrimenti sognati ma non praticati.
È per tutto questo che Luca - prima di ricordarci lo fraternità dei cri¬stiani - parla della loro preghiera e racconta la venuta dello Spirito:
“Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo” (4,31). Senza la fede, la preghie¬ra e il dono dello Spirito non è possibile la fraternità. È soltanto nella fede nel Signore che l’uomo riesce a vincere la paura di perdersi e, quindi, l’attaccamento al possesso. Senza una fede profonda, l’uomo finisce fatalmente, e non solo per cattiveria umana ma anche sempli¬cemente per paura, con l’attaccarsi a se stesso e ai propri beni.

A ben guardare, ciò che Luca racconta dei primi cristiani non è altro che una fedele obbedienza al grande comandamento: un amore totale verso Dio e un amore genuino verso il prossimo (Lc 10, 25-28). Si legge nel libro del Deuteronomio (6,5): “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima e con tutte le forze”. Sono parole che il pio ebreo recitava ogni giorno e che Gesù ha fatto proprie. Secondo l’interpretazione giudaica “con tutte le forze” significa che bisogna amare Dio anche con tutti i propri beni.

È quanto hanno capito i primi cristiani. L’amore verso Dio deve essere totale, cosa di cui nessuno dubita. L’uomo intero –“cuore e anima”- deve tendere verso il Signore. Ma la stessa totalità Luca la applica anche alla fratemità: “Erano un cuore solo e un’anima sola”. L’uomo deve tendere con tutta lo sua persona non soltanto verso Dio, dunque, ma anche verso i fratelli, senza nulla sottrarre.

TUTTI ERANO SOLITI STARE INSIEME
Il terzo quadro (At 5,12-16) si stacca dai primi due e non sottolinea più la fraternità (se non per breve cenno indiretto, che vedremo), ma la presenza e l’azione degli apostoli: uno spunto questo già accennato, ma non sviluppato, nei primi due quadri (2,43; 4,33).
“Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”: questo è il tratto sottolineato. La gente giungeva al punto di stendere gli ammalati nella piazza perché al passaggio di Pietro fossero toccati almeno dalla sua ombra! Una fede non priva di ingenuità e di qualche traccia di superstizione. Ma era accaduto anche per Gesù: la gente, che lo stringeva da ogni parte, gli toccava le vesti per essere guariti dalla potenza che sprigionava da lui (Lc 8,43-45). C’è un’altra annotazione che rende somigliante il nostro passo al vangelo: la folla numerosa che accorre da ogni parte portando ammalati di ogni specie e posseduti dal demonio. Luca vuol dirci che la storia di Gesù, con la sua forza e i suoi prodigi continua ancora.
La simpatia della gente (“il popolo li esaltava”) è un secondo tratto che Luca giudica importante, tanto che lo ripete in tutti e tre i quadri riassuntivi: “godendo la simpatia di tutto il popolo” (2,47); “tutti godevano di grande favore” (4,33).
Ma non manca anche l’ostilità da parte dei capi e dei maestri “degli altri nessuno osava associarsi a loro”. Chi sono questi altri? Non possono essere che i giudei ostili, dei quali si dice subito dopo che convocarono gli apostoli davanti al Sinedrio. Né i prodigi né le simpatie del popolo eliminano il rischio della persecuzione; per Luca - anzi - essa è una delle costanti che più di ogni altra cosa rende le vita della comunità simile al cammino del Signore.
La comunità cresceva continuamente di numero: “andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore”. Qui Luca annota per lo prima volta (ma lo farà anche in seguito) che fra i neoconvertiti c’erano delle donne. Come ha fatto nel vangelo, egli vuole mostrare la singolare importanza delle donne per la causa di Cristo. I prodigi compiuti dagli apostoli, la simpatia del popolo e la continua crescita della comunità sono dunque i tre aspetti che Luca sottolinea nell’ultimo quadro. Ma non manca anche qui un accenno alla fraternità “tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone” (5, 12).
C’è dunque la tendenza a riunirsi, a fare gruppo, a vivere in comu¬nità. Le espressioni che indicano “stare insieme” sono frequenti nei primi capitoli degli Atti (1,14; 2,44.46.47; 4, 24; 5,12).

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