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| Catechesi Atena 13 novembre 2009 |
LA CONVERSIONE DI PAOLO (At 9, 1-9)
Paolo compare lo prima volta negli Atti in occasione della lapida¬zione di S. Stefano: i testimoni posero i loro abiti ai piedi di un giovane chiamato Saulo (At 7, 58). Poi Luca conclude il racconto del martirio di Stefano con l’annotazione: “E Saulo era consenziente alla uccisione di lui” (At 8, 1). Qualche riga più avanti, in un sommario in cui si parla della persecuzione della Chiesa di Gerusalemme, Luca scrive: “Saulo devastava la chiesa e, entrando di casa in casa, arrestava uomini e donne, e li portava in prigione” (At 8, 3). Luca ha attribuito all’episodio della conversione di Paolo una impor¬tanza eccezionale. Lo racconta tre volte, non certo per allungare il suo libro, ma per convincere i lettori che si tratta di un avvenimento di portata decisiva. Oltre che in At 9, 1-9, leggiamo il racconto in At 22, 1¬-21, dove Paolo stesso ne parla in un discorso di difesa davanti ai giu¬dei. L’apostolo narra lo sua vita per dimostrare che la sua missione fra i pagani è voluta da Dio. L’episodio è narrato per la terza volta al capitolo 26, 9-18: di nuovo un discorso di difesa tenuto da Paolo davanti al governatore romano Festo e al re giudeo Agrippa.
Confrontiamo tra loro i racconti. Accanto a un ampio fondo comune, si notano differenze non prive di rilievo. Ad esempio, l’episodio di Anania, riportato ampiamente nel primo racconto (9,10-¬19), è molto più breve nel secondo (22,12-16) e scompare completa¬mente nel terzo. Nel primo racconto è solo attraverso Anania che veniamo a conoscere che Paolo è destinato a diventare missionario dei pagani (9, 15). Nel secondo episodio la vocazione universale di Paolo è dichiarata due volte: una volta da Anania (“gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che avrai visto e udito”: 22, 15), e una volta da Gesù stesso, in una visione che Paolo ebbe mentre pregava nel Tempio: “Và, perché io ti manderò lontano tra i pagani” (22,21). Nel terzo racconto, infine, è solo e direttamente Gesù che rivela all’apostolo la sua missione. E non gliela rivela in una visione al tempio, come nel racconto precedente, ma nel dialogo dell’ apparizio¬ne lungo lo strada di Damasco: “Su, alzati e rimettiti in piedi ti sono apparso per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprire loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio” (At 26, 16-18). Come spiegare queste varianti? Alcuni esegeti pensano che Luca abbia attinto a fonti diverse, che raccontarono l’episodio in forme dif¬ferenti. Ma è un’ipotesi che non convince. In ogni caso, resterebbe da spiegare perché Luca non abbia armonizzato le diverse tradizioni di cui disponeva. In realtà le varianti sono intenzionali, e fanno parte della tecnica narrativa di Luca. Le varianti abbelliscono e permettono di insistere sugli stessi temi senza ripetersi. Luca racconta tre volte l’e¬pisodio di Damasco per sottolineare l’importanza, variando però i particolari per non apparire monotono. Ma ritorniamo al primo racconto, sottolineandone le insistenze, in particolare quei tratti che sono comuni anche alle altre due narrazioni. Luca annota in tutti e tre i racconti che Paolo era un implacabile persecutore dei cristiani: “fremente minaccia e strage contro i disce¬poli del Signore” (At 9,1); “io perseguitai a morte questa nuova dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne” (At 22,4); “Credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li richiusi in prigione con l’ autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti, e quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro” (26,9-10). La conversione è stata per Paolo un brusco e radicale passaggio da persecutore a discepolo. Mettendo in particolare evi¬denza l’ortodossia giudaica di Paolo e il suo ardente zelo nella perse¬cuzione, Luca vuole probabilmente sottolineare due aspetti: che la conversione di Paolo è grazia, puro dono dell’iniziativa divina; e che di per sé Paolo non sarebbe mai diventato il missionario dei pagani: la sua missione è disegno divino, non decisione umana. Stando al primo racconto, e in parte al secondo, Paolo non riceve direttamente lo missione da Cristo: la riceve tramite Anania, cioè attraverso la mediazione della chiesa. L’ecclesiologia di Luca qui si mostra in tutta evidenza: nonostante l’apparizione diretta del Cristo risorto, è l’inserimento nella tradizione della Chiesa che legittima la missione apostolica di Paolo. Nel breve dialogo con Gesù, Saulo pronuncia una sola frase, una domanda: “Chi sei tu, Signore?” (At 9, 5; 28, 8; 26, 15). Non c’è in lui nessuna resistenza. E la risposta del Signore è semplice e insieme sconvolgente: “io sono Gesù che tu perseguiti” (9,5); “io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti” (22,8); “io sono Gesù, che tu perseguiti” (26,15). In questa brevissima risposta Paolo scopre, anzitutto, che Gesù di Nazaret, Colui che egli riteneva morto e nemico di Dio, è invece vivo e circondato dalla gloria divina: gli appare infatti avvolto dalla luce che atterra e accieca, due tratti caratteristici delle teofanie dell’ Antico Testamento. Insieme Paolo scopre la profonda realtà della Chiesa, che qui appare come una misteriosa comunione, quasi un’identità, fra il Cristo e i suoi discepoli: Paolo perseguita i cristiani e si sente chiedere da Gesù: “perché mi perseguiti?”. Il Cristo glorioso è solidale con i suoi discepoli perseguitati. Infine, Paolo scopre in tutta la sua insospettabile gratuità l’ amore del Cristo, un amore preveniente e generoso: Gesù si preoccupa di salvare il suo persecutore! Nelle sue lettere Paolo non farà che ritornare continuamente su questo tema: lo salvezza viene da Dio, non dall’ uomo; è la fede che salva, non le opere.
PAOLO PREDICAVA CON FRANCHEZZA (At 9, 26-31)
Luca racconta le prime vicende di Paolo convertito. E due sono le cose che sottolinea: “Bamaba allora prese Paolo con sé e lo condus¬se dagli apostoli”; “Paolo se ne stava con loro in piena famigliarità, predicando il vangelo”.
Fede e annuncio Dietro queste due brevissime annotazioni c’è una prima convinzio¬ne: nessun predicatore del vangelo - si trattasse pure di un uomo, come Paolo, convertito direttamente e personalmente dal Signore ¬può annunciare un vangelo senza l’approvazione del collegio apostolico. Paolo si reca a Gerusalemme perché vuole confrontarsi con i testimoni privilegiati e autorevoli della tradizione della fede. E la seconda: “a Damasco aveva predicato con franchezza nel nome di Gesù” ; “Se ne stava con loro a Gerusalemme predicando con franchezza nel nome del Signore”; “Parlava agli ellenisti e discuteva con loro”. A costo di ripetersi, Luca insiste nel presentare Paolo come un annunciatore del vangelo. Conversione e missione fanno tutt’uno. Il convertito si trasforma in missionario. Chi incontra veramente il Signore non può tenere per sé la propria scoperta. Il vero convertito è necessariamente un annunciatore, non un silenzioso pos¬sessore di una fede da vivere privatamente. Paolo parla di Cristo, e il suo parlare ha il tono della franchezza, della libertà e dell’audacia: tale è il significato della parola “parresia” che Luca utilizza. E non solo parla, ma discute, cioè dimostra, indica le ragioni della propria fede, controbatte le obiezioni. Nessuno più di Luca sottolinea che il cristiano è anzitutto un testi¬mone, e per testimone si intende uno che vive e pratica la propria fede: a che servirebbero parole prive di vita? Ma è altrettanto vero che nessuno più di Luca sottolinea che la testimonianza è anche racconto, predicazione, rendere ragione della propria fede. Il cristiano degli Atti non è un venditore di parole, ma non è neppure semplicemente un uomo che vive: vive, parla e discute. Il brano citato si conclude (9,31) con un quadro di vita comunitaria, con il quale Luca fa il punto della situazione dopo aver raccontato le prime vicende, le prime difficoltà, la prima persecuzio¬ne e la conversione di Paolo. Le espressioni che vi ricorrono (la chiesa viveva in pace, si edificava, progrediva nel timore del Signore, era piena della consolazione dello Spirito Santo) meritano attenzione.
La Chiesa viveva in pace: che significa? La domanda si pone perchè, come facilmente si può osservare, tutto il contesto parla di persecuzione. Nel nostro stesso passo si dice che Paolo deve fuggire a Tarso, perché gli ebrei ellenisti cercano di ucciderlo. Appena prima(al capitolo 8 di Atti) si è detto del martirio di Stefano e della persecuzione che ne è seguita. E al capitolo 12 si racconta la persecuzione di Erode Agrip¬pa. Dunque una pace in mezzo alle persecuzioni. Evidentemente con la parola “pace” Luca non intende la semplice assenza di difficoltà, ma qualcosa di molto più profondo: cioè la sicurezza dell’aiuto di Dio, la calma che proviene dalla fede, la vittoria sulla paura. È la pace che viene da Dio, una pace talmente solida e profonda che può sussistere anche in mezzo ai conflitti: molto diversa dalla pace del mondo, che invece è talmente fragile e superficiale che anche nelle condizioni più favorevoli rischia continuamente di trasformarsi in ansietà.
La Chiesa si edificava: che significa? L’immagine è quella di un edificio che si alza pietra su pietra, giorno dopo giorno. Alla base c’è l'idea che Dio è l’architetto e suo è il merito della crescita. Edificarsi non significa semplicemente crescere di numero, ma anche e soprattutto crescere spiritualmente, verso una fede sempre più matura e convinta e verso una comunione fraterna sempre più profonda. Questa crescita interiore è evidenziata anche dalle altre espressioni: “progrediva nel timore del Signore, era ripiena della consolazione dello Spirito Santo”. I mezzi di questa crescita spirituale? Quelli che Luca non si stanca mai di ripetere: l’ascolto della Parola, la preghiera e la frazione del pane, la vita fraterna. La breve descrizione della vita della comunità si conclude con una nota che attira l’attenzione sul protagonista di tutta la storia cristiana: lo Spirito Santo. Certo in questa storia sono presenti e agiscono gli uomini (e difatti Luca ce ne parla), ma il vero protagonista resta lo Spirito. La “consolazione” che Egli dona alla comunità si identifica sostanzialmente con il dono della pace che abbiamo appe¬na descritto. La consolazione dello Spirito non toglie gli ostacoli, ma dà il coraggio di superarli. |
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