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Catechesi Atena 20 novembre 2009
Inserito il 24 novembre 2009 alle 12:22:00 da malachia.

LA COMUNITÀ DI ANTIOCHIA E IL CONCILIO DI GERUSALEMME
(AT 11, 19-26 e At 15, 1-4)


Antiochia era una grande città ellenistica (greca) di circa trecentomila abi¬tanti, crocevia di commerci e di idee. Vi risiedeva una forte comunità giudaica. Luca annota che qui per la prima volta i credenti ricevettero il nome di “cristiani” (At 11, 26). È un fatto importante: significa che i cristiani erano riconosciuti nell’ambiente come un gruppo autonomo, distinto sia dai pagani che dai giudei, e che ciò che li qualificava era la loro fede in Gesù.
Nella comunità di Antiochia sussistono tutti gli aspetti sostanziali della chiesa di Gerusalemme: la fede in Gesù Signore, il battesimo, il culto, e anche, fatto senza dubbio molto significativo, l’Antico Testamento, considerato il libro di tutti i cristiani, non solo dei cristiani ebrei.
Vivace, e forse accentuata rispetto a Gerusalemme, è l’esperienza dello Spirito: ci sono il dono della profezia (At 11, 27; At 13,1), il dono delle guarigioni e altre manifestazioni.
Fra Gerusalemme e Antiochia c’è una profonda continuità, e que¬sto è un dato sul quale riflettere.
Rivela che anche per le comunità ellenistiche sono importanti l’ attaccamento alla tradizione e la comu¬nione. Le chiese di Giudea, Samaria e Antiochia non si considerano indipendenti e staccate. Si intrecciano visite, riconoscimenti, aiuti. La chiesa di Gerusalemme si sente responsabile di queste comunità. Questo legame con la chiesa di Gerusalemme non è soltanto senti¬mentale, ma teologico, spirituale: è indice di un vivo senso della tra¬dizione e di attaccamento alla vicenda del Gesù storico. Gerusalemme è la chiesa testimone.

Le molte comunità costituiscono un’ unica Chiesa, l’ unico popolo di Dio. Non sarebbe corretto immaginare un processo di riunificazione di questo tipo: le singole comunità, dapprima indipendenti, si sareb¬bero via via unite organizzativamente, passando in tal modo da una molteplicità di comunità separate all’unica Chiesa; in questo caso, la coscienza di appartenere all’ unica Chiesa sarebbe un fatto secondario, posteriore rispetto alla consapevolezza di appartenere a una comunità locale. Bisogna invece pensare diversamente: la consape¬volezza di appartenere all’unico popolo di Dio è primaria; è sempre l’unico popolo di Dio che si rende presente in questo o in quel luogo.

Cacciati da Gerusalemme, gli ellenisti si trasformano in missionari. Predicano in Samaria (At 8, 1-25), si spingono lungo le coste della Fenicia, a Cipro e ad Antiochia (At 11, 19). Fatto di grande importanza fu l’inizio della conversione dei greci. Ad Antiochia alcuni provenienti da Cipro e da Cirene “cominciarono a parlare anche ai greci, annunciando che Gesù è il Signore” (At 11, 20) e ne convertirono un gran numero (At 11, 21). Viene così superato il confine fra giudaismo e paganesimo. La Chiesa conquista la sua universalità.
Nella comunità di Antiochia l’apertura missionaria alle genti sem¬bra essere stata particolarmente vivace: da Antiochia parte la prima missione affidata a Barnaba e Paolo, diretta alle regioni meridionali della Penisola Anatolica (At capitoli 13-14); sempre da Antiochia prende il via il secondo viaggio missionario di Paolo. Questo slancio missiona¬rio non è un fatto privato, ma sorge dall’ intera comunità. I missionari partono su incarico dello Spirito e della comunità (At 13, 1-13).

LA CONTROVERSIA CON GERUSALEMME

La caratteristica più interessante della chiesa di Antiochia - un dato carico di tensione ma anche portatore di novità - era il fatto di essere una comunità mista, formata da ex ebrei e da ex pagani. Ai pagani veniva predicato un vangelo senza la circoncisione e i giudeo-cristia-ni sedevano a mensa con i pagano-cristiani, superando in tal modo le leggi giudaiche della impurità.
Una convivenza in un primo tempo tranquilla e perfettamente naturale, come lascia intendere lo lettera ai Galati (Gal 2,11). Questa comunione fra cristiani provenienti dal giudai¬smo e dal paganesimo mostra che le comunità avevano compreso che la legge non era più mediatrice di salvezza: solo il Cristo è sal¬vezza.
La comunità è consapevole di non essere più legata al popolo giudaico e alle sue istituzioni, un passo fondamentale per acquistare poi la consapevolezza di essere sciolta da ogni vincolo umano, nazionale, sociale e naturale. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti siete uno solo in Gesù Cristo” (Gal 3, 28).
Ma un gruppo di cristiani di Gerusalemme non lo pensa allo stesso modo: ritiene che la legge di Mosè, espressione dell’ alleanza di Dio con il popolo, abbia un ruolo perenn¬e; teme, inoltre, che la prassi liberale della comunità di Antiochia costituisca un grave ostacolo alla diffusione del vangelo in ambiente giudaico. Nasce così fra le due comunità una “discussione”: “Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati ... Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro” (At 15, 1-2).

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

La controversia viene risolta nella grande assemblea di Gerusalem¬ne (At capitolo 15), dove sono tenute presenti due preoccupazioni: salvaguar¬dare l’ universalità del vangelo e nel contempo l’ unità della Chiesa. Secondo il racconto di Atti le due preoccupazioni sono ugualmente essenziali e devono, perciò, coesistere.
L’ apertura del cristianesimo al mondo pagano, in altre parole la scoperta dell’ universalità del van¬gelo e, di conseguenza, l’ esperienza di un pluralismo di concezione e di comportamento, non dà origine a due chiese distinte, ma ad una sola Chiesa unita nell’ ascolto dello stesso vangelo e guidata dallo stesso Spirito: un’ unica Chiesa che dibatte, si incontra e si scontra, si affatica in cerca della propria unità e ostinatamente non si divide.
Il modo con cui Luca racconta il dibattito avvenuto nell’ assemblea di Gerusalemme mostra chiaramente che egli difende lo scelta pasto¬rale di Antiochia. Ma non è questo che ci interessa maggiormente.
Ci interessano i criteri di discernimento.
Come si è giunti a riconoscere lo validità della linea pastorale di Antiochia? E quali sono i segni che l’ hanno manifestata come voluta dallo Spirito?
Il racconto degli Atti sottolinea, anzitutto, che si è giunti al discernimento attraverso un franco e lungo dibattito (“sorta una grande discussione” At 15,7), nel quale le due tesi si sono confrontate e nel quale furono coinvolte tutte le componenti della comunità: gli apostoli, gli anziani, l’assemblea. Il discernimento è attribuito allo Spirito, ma lo Spirito si è fatto presente attraverso un dialogo lungo e difficile: “è parso bene,infatti, allo Spirito Santo e a noi” (At 15, 28).
Per quanto riguarda i criteri possiamo dire che il
primo è l’apertura ai fatti, Paolo e Barnaba “riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro” (At 15,4). Al Concilio di Gerusalemme si portano come prova i fatti innegabili della missione fra i pagani, le meraviglie che Dio ha compiuto in mezzo a loro. Come negare i fatti?

Secondo: sollecitati dai fatti, si rileggono le Scritture e si comprende il vero senso della Parola di Dio e il suo disegno. Pietro e, poi, Giacomo comprendono il significato di affermazioni, certo già lette ma che fino allora erano rimaste come oscure: ad esempio l’ universalità dell’ amore di Dio e il vero significa¬to delle promesse messianico-universali (At 15, 15-18).

In terzo luogo, Luca ci fa comprendere che la volontà di Dio richie¬de che si salvino tutti i principi in gioco, tutti i valori, non soltanto alcuni. Salvare la libertà del vangelo è importante, ma è altrettanto importante salvare l’unità della Chiesa. Certe tendenze radicali non sono il segno dello Spirito. Così a Gerusalemme si affermò la libertà dei pagani, ma anche si invitarono i pagani a osservare alcune regole (At 15, 29) per mantenere l’ unità fra i due gruppi. Lo Spirito è là dove si trova il modo per salvare e la libertà del vangelo e l’unità della chiesa, non l’una o l’altra, ma ambedue.

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